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Mercoledì pomeriggio è stato presentato il volume edito da Celid di scritti e testimonianze “Insegnare l'Architettura", dedicato all'architetto Roberto Gabetti (1925 – 2000) e curato da Sisto Giriodi.
Dopo la proiezione dell'ultima lezione tenuta dal professore nel 1997, si è potuto assistere ad un interessante dibattito durante il quale, nel ricordare la figura di Gabetti come docente, sono riemerse questioni legate al ruolo dell'architetto nell'attuale contesto sociale, della disciplina architettonica e della funzione rivestita dall'Università.
Sono intervenuti Sisto Giriodi, Aimaro Isola che lavorò al suo fianco come progettista per circa cinquant'anni, il docente del Politecnico Matteo Robiglio e Riccardo Bedrone nelle vesti di suo ex-studente, con il coordinamento della giornalista Marina Paglieri.
Leggendo il testo di alcune lezioni tenute dal professore, si è ricordato il suo carattere estremamente curioso e il suo “continuo rapporto con l'istanza culturale contemporanea”: egli insisteva affinché il ruolo dell'architetto non si rifugiasse nella propria disciplina, ma contaminasse con il suo sapere gli altri campi nel perseguimento di un continuo arricchimento.
Aimaro Isola ha così rievocato l'immagine del suo collega: “Roberto era un maestro disincantato, già da prima che anni Settanta offuscassero l'autorevolezza inconfutabile dei docenti. Secondo lui un professore poteva definirsi tale solo nel momento in cui lo studente acquisiva una propria personalità, muovendosi autonomamente nel settore: egli non considerava i ragazzi come automi intenti a replicare meccanicamente le nozioni impartite.
Durante le sue lezioni, inoltre, non esaltava i trionfi dell'architettura, ma ne elencava le difficoltà e le sfide da affrontare. L'intervento architettonico, a suo parere, doveva puntare ad una rivalutazione degli spazi vuoti, ossia i luoghi ritagliati dalle zone che già godevano di una maggiore attenzione da parte dell'amministrazione e della società”.
Gabetti chiuse la sua ultima lezione ricordando che “l'architettura deve trasmettere l'amore e la conoscenza delle cose”, aggiungendo una profetica esaltazione della cultura del verde e criticando la “mondializzazione” dell'architettura, molto prima che si iniziasse a parlare di sostenibilità ambientale e di globalizzazione.

30/05/2013


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